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Elezione degli atleti olimpici per il centenario del CONI

 

Il 14 aprile scorso il consiglio direttivo della Fondazione Giulio Onesti, presieduto dal Dott. Franco Carraro, ha deliberato, in accordo con il CONI, di assegnare il premio Giulio Onesti 2014 a due atleti, un uomo e una donna, che saranno prescelti tra i campioni olimpici viventi, diventando così il
campione e la campionessa olimpici simboli del centenario del CONI.
La designazione avverrà tramite una votazione che vedrà protagonisti, per il 60%, gli atleti stessi, e per il rimanente 40% i tifosi e gli appassionati. I primi verranno interrogati tramite un sondaggio fatto tra i campioni olimpici e paralimpici viventi, mentre i secondi andranno a formare una sorta di giuria popolare esprimendosi attraverso i siti internet dei tre maggiori quotidiani sportivi italiani, Corriere dello Sport, Gazzetta dello Sport e Tuttosport, e quelli di RAI e Sky, che negli anni hanno trasmesso in diretta, prima tramite la Radio e poi tramite la Televisione, le competizioni olimpiche.
Il sondaggio e le votazioni avranno inizio il 5 maggio e si concluderanno il 31 maggio. La premiazione verrà effettuata durante le celebrazioni del centenario del Comitato Olimpico Nazionale Italiano in programma il 9 e 10 giugno PV.

 

Onesti nello sport al Quirinale!

Solomon Taiwo, vincitore di entrambe le edizioni del concorso Onesti nello Sport, è stato invitato a partecipare, insieme alla Fondazione Giulio Onesti, alla Cerimonia d'Apertura dell'Anno Scolastico 2013-2014 che si svolgerà lunedì 23 settembre 2013, alle ore 17, il Palazzo del Quirinale. Lo studente mantovano è stato scelto per partecipare alla manifestazione per aver vinto sia nel 2012 che nel 2013 in una delle due categorie del concorso: nel 2012, con il magnifico pezzo di musica rap intitolato "Il rap del dop", dedicato alla sfida della lotta al doping, e nel 2013 con il nuovo brano "Storia di un campione", dedicata ad Alex Zanardi.

Potrete seguire la diretta della Cerimonia dalle ore 16:45 su Rai Uno, lunedì 23 settembre:

http://www.rai1.rai.it/dl/PortaliRai/Programmi/PublishingBlock-fa20f228-6cc5-4eaf-9815-fbabebb8a228.html?ContentItem-f952eb7b-9cfb-4f10-9c07-01144de1def6 

Solomon Taiwo e Nicola Corradino trionfano nell'edizione 2013!

Solomon Taiwo e Nicola Corradino sono i vincitori della II edizione del concorso "Onesti nello Sport" dedicato alle scuole superiori di II grado. La giuria, riunitasi il giorno 27/06/2013 presso la sede del Miur, dopo aver esaminato i numerosi elaborati pervenuti da scuole di tutto il territorio nazionale, ha decretato la vittoria dei due ragazzi nelle categorie stabilite per regolamento: 

  • per la sezione creatività multimediale, Nicola Corradino, del Liceo Scientifico "B. Rosetti" di San Benedetto del Tronto (AP),  con il cortometraggio "lo spirito sportivo"
  • per la sezione espressività artistica, Solomon Taiwo, del Liceo Classico "Virgilio" di Mantova, con il brano musicale rap "Storia di un campione", dedicato ad Alex Zanardi. Visualizza il testo.

Il tema di questa seconda edizione era “Il simbolo del 2012”. 

I vincitori, in gruppo di 5 studenti e 2 professori accompagnatori, avranno la possibilità di assistere al Festival Olimpico della Gioventù Europea che si terrà ad Utrecht dal 14 al 19 luglio 2013: un evento dal sapore olimpico che coinvolge giovani atleti di tutta Europa, un mix tra competizione sportiva e festival culturale, un'esperienza unica!"

Guarda il video di Solomon che canta "Storia di un campione" per le strade d'Olanda, filmato e montato da Nicola Corradino, cliccando qui: "Storia di un campione, Dutch Chronicles"

 

Premio Giulio Onesti 2013 a Alex Zanardi – Presentazione del Sen. Sergio Zavoli

Ho visto tante cose nella mia vita privata, pubblica, professionale; e altre ancora, tali da minare un bel po' della mia inclinazione a credere che ognuno cela un rapporto fiducia so con la propria sorte, e ciò anche quando la realtà suscita in noi una sorta di disincanto, e d induce alla resa, vittime di eventi che sembrano volerti togliere pezzi di vita. Ho visto poche persone decise a governare il senso, manifesto o segreto, di una sconfitta.

Stamane, in questo luogo caro a chi difende una tradizione ancora etica dello sport, è palese la prova di come si è vincitori, comunque, quando si senta di non doversi arrendere all'idea che non vi sia più nulla da desiderare, da volere e soprattutto da fare; nonostante si sia nati per vivere, non per consegnerei allo sconforto, alla rinuncia, alla resa.

Da qui è partita la mia gioia, posso chiamarla proprio così, quando un autorevole amico, Franco Canaro, uri ha chiesto di presentare uno dei due destinatari del nobilissimo "Premio Onesti". Accanto alla lusinga di ricevere un compito così delicato, in termini umani, ho come avvertito una singolare assonanza, seppure per contrasto, tra i riconoscimenti conferiti, insieme, a Mennea e a Zanardi, accomunati dall'incongruo accostamento tra due storie unite da un paradosso di cui avverto tutta la temerarietà. Mennea e Zanardi mi sono apparsi di colpo davanti agli occhi con le prove di entrambi strettamente legate da una spropositata similitudine: l'una nell'immagine dei suoi 200 meni, sempre più vincente, e l'altra sotto il temporale delle foto scattate sulle gambe falciate nell’abitacolo della macchina investita, a 300

all'ora, da un collega lanciato sulla scia del campione bolognese.
E' la straordinaria ubiquità di una metafora sportiva che unisce e distingue due atleti con il destino di venire premiati, insieme, al traguardo di due storie illuminate dalla luce di una carriera vittoriosa, la prima, e la seconda dai lampi che concludevano la più disperante delle sconfitte. Eppure sono due storie che, seppure così distanti, parlano di due straordinarie, opposte conquista:
Penso a due vincitori la cui contiguità traspare da qualcosa che lo sport sa tenere

insieme nel segno di un valore che nessuna offesa consumata contro la bellezza e la trasparenzapuò cancellare. Lo dico facendo una riflessione di carattere etico: la vittoria concepita e vissuta con l'animo di Mennea, contro quella di Armstrong; o il dramma di Zanardi, vissuto con una conclusione esemplare per trasparenza e saldezza, rispetto a quella clamorosa e caduca di Pistorius.

Mi tenta il verso che Garcia Lorca dedicò a Ignazio: "Tarderà a nascere, se nascerà ... " un atleta che abbia l'energia morale e fantastica di Alex. L 'ho visto primeggiare, prima e dopo la sua sventura, con la stessa non euforica né enfatica volontà di regolare i propri conti secondo la saggezza delle persone e dei campioni di rango. L'esempio offerto da Alex - così profondamente lontano dai clamori dissennati di cui, oggi, non di rado si circonda lo sport - è una pedagogia che vorremmo affidata alla scuola e alla Tv, spesso estranee alle dimensioni anche interiori e civili, in definitiva etiche, dell' esistenza.

Le rinnovate prove di un atleta cui la sorte pareva aver tolto ogni ragionevole pretesa di credere nel suo "vincerà la vita" sono qui, nell' ammonimento di questo salone, a insegnarci come ogni cosa che sia possibile fare perciò stesso va fatta; esprimendo, con ciò, il potere di "far nuove" anche noi, "tutte le cose". Non potrà riuscire a chiunque, e non pareva possibile neppure ad Alex Zanardi; finché, sottoponendosi a un'indicibile disciplina, strappò alla sfortuna una nuova lettura della vita e della speranza, cioè un'umanissima fiducia nel sacrosanto diritto di testimoniare, non solo per noi stessi. Ne hanno ricevuto una spinta vitale le mille storie che ogni giorno, vincendo dolorose, cedevoli resistenze, possono trasformare il senso di un traguardo mancato in un altro persino più avvincente. Ecco perché, stamattina, il "Premio Onesti" riconosce chi ha esemplarmente onorato l'arduo cimento dedicato al nostro invincibile "essere per la vita".

Intervento di Manuela Audisio in ricordo di Pietro Mennea

Ci sono vuoti molto pieni: di vita, di riscatti, di fatica. Di felicità e di primati. Pietro Mennea ci ha lasciato molto, tanto, una corsa infinita che ancora oggi  dopo 34 anni in Europa nessuno è riuscito a superare. Prima della guerra si diceva ai bambini mangia che diventi forte come Carnera,  dopo la guerra si diceva pedale, vai in fuga, e sarai un campione come Coppi, dagli anni 70 in poi in  Italia si è detto corri veloce e sarai Mennea. Pietro non era Superman, ma un bianco del sud, che veniva dai campi di grano della Puglia, dove sfidava le auto in corsa. Partiva in una condizione di svantaggio: magro, storto, affamato. Niente piste, solo rabbia. Era un blues: di rinunce, di sofferenza, di scarpe sfondate, di ostacoli superati, di splendida magia. La sua corsa, senza guardare in faccia nemmeno il giorno di Natale, è stata tra due neri: Tommie Smith e  Michael Johnson, per diciassette lunghi anni. Un record nel record quel 19”72 nei 200 metri che ancor oggi è la nona miglior prestazione mondiale. Una linea bianca di sudore che da Città del Messico (’79) lo ha portato in giro per il mondo, fino  all’oro di Mosca (’80) ottenuto con una rimonta pazzesca, bella e disperata. Ma Pietro è stato molto di più: 5 Olimpiadi, la prima a Monaco nel ’72, l’ultima a Seul nell’88,  33 record italiani, 12 stagioni di grande atletica, l’uomo che nella storia olimpica è stato più presente in pista: 32 turni. Mister Giochi. Un campione di continuità.  Molto più dell’immenso Carl Lewis che di turni ne ha passati 29.

Ha scritto il poeta americano Robert Frost: «The best way out is always through». Il miglior modo per uscirne fuori è quello di passarci in mezzo. Bisogna guardare in faccia tutto e tutti, attraversare la battaglia, accettarla, vincerla, non darle le spalle. Non basta correre, bisogna misurarsi, che è cosa diversa, più difficile, più estenuante. E Mennea si è misurato con la sua voglia, con quella degli altri, con il mondo. Andava a caccia di sprinter, soprattutto americani, voleva i loro scalpi, per urlare che da Barletta era venuto il più veloce, il più duraturo nel tempo, un rompiscatole, un osso duro, un imbattibile. L’ultimo bianco capace di tenere testa alla concorrenza.

A 31 anni al primo mondiale di atletica, organizzato da Nebiolo a Helsinki, tutti presenti, fu capace di vincere il  bronzo nei 200 e di spronare la staffetta 4x100 all’argento, davanti solo gli Usa. 350 giorni sulla pista di Formia ad acqua, nemmeno minerale, perché il professor Vittori non voleva.  Mennea si è allenato fino a diventare un solo grande muscolo, un cuore che andava sulle piste: era quella la sua imbattibilità. Aveva una febbre che poi è quella che porta in cima, era disposto a perdere per questo ha vinto. Sapeva di partire da dietro, per questo ha battuto gli altri che sembravano avere più corpo, non più anima. Per questo ha durato e per questo durerà. Pietro voleva dare un futuro agli altri, segnare una via, dimostrare che c’era una scuola azzurra  della velocità, che studenti come lui e maestri come Vittori insieme potevano ottenere molto. E a Formia c’era anche Sara Simeoni che volava.  Con lui l’Italia sorpassò, andò in testa, e la cosa sembrò così stupefacente che per anni ci siamo passati le sue corse oltre il suo nome. In tutti noi e in maniera diversa la sua scomparsa ha sciolto un grumo, ci ha fatto ricordato l’orgoglio di andare a testa alta,  l’impegno che ci vuole per essere bravi, la serenità del dovere compiuto. Non solo una volta, ma tutti i giorni in cui si scende in pista. Il non accettare di essere miseri, sciatti, non all’altezza. Perché in corsia non si rappresenta mai solo se stessi e perché la vita è una staffetta dove conta spingersi, ma anche spingere l’altro a nome di tutti.

Pietro è stata la nostra grandezza, la nostra diversità, la nostra cosa meravigliosa. Il più ostinato, il più polemico, il più controverso, il più pioniere, il più insoddisfatto, il più dubbioso, tanti addii e tanti ritorni. Forse perché cercava ancora le parole per dirlo e un amore nel quale realizzarsi,  ma è stato anche un uomo molto tenero,  tanto da togliersi una medaglia dal collo al ritorno da una competizione internazionale per regalarla ad un bambino che lo guardava estasiato. Ci ha fatto vivere, sognare, correre in curva, rincorrere, tagliare il traguardo. Un all italian boy. Ci ha dato un posto nella storia: in alto, non in basso. Ma soprattutto ora ci ricorda che si può e si deve costruire. A partire da se stessi. Pietro ci ha lasciati, ma il suo modo di vincere resta. E nessuno lo porterà via. Perché comunque il prossimo che arriverà sarà sempre il nuovo Mennea.